I CANTI
DI FLORIANO PATERMO
CANTO I
«Già fu
caduto dal tempio del κενόν
e ancor esiliato nell'esistenza,
strappato dal suono dell'ἁρμονία
del canto che concede immortalità
– colui ch'era della bellezza l’εἶδος,
lui dal cui soffio σοφία effluvì,
l'esserci primo fluttuando nel vuoto
dopo ch’egli nell’ἀτμίς s’incarnò.»
– batté sul grammofono: opera spense,
«Eh, vattene, Ciano!», gridò al fratello
e in studiolo s'insinuò Φιορίνο,
sguardo del vate e gli anelli brillanti,
ⲁⲩⲱ ⲁϥⲧⲱⲙⲧ ϩⲛⲧⲉϥⲁⲡⲟⲛⲟⲓⲁ
«Le beau effleure, brûle, et ne se retourne pas!»
Lo studio sanguinava lentement
d’opulenza: faea carne il κάλλος;
sì lussuosamente avvolt nei damaschi,
velluto αἷμα cinse le colonne,
fiori e ritratti, cornici auree,
fr’argenti vasi, veri Buccellati
και nello specchio celato da piante:
edere, rosae albae, gigli e pavot,
brillava un lampo, favilla di brama:
l'ardor del più delicato riflesso!
Quanti capelli riversati, un'onda,
bruna, d’ebano si spargeva ai piedi,
oscuro effluvio di mora e patchouli:
ⲡⲣⲟⲥⲱⲡⲟⲛ un’ἁρμονία bruciante.
– ሆሳዕና, Ὡσαννά, si dischiuse il vetro:
'l bianco gocciolante e farsi diafano;
capelli morenti e labbra crudeli
καὶ τότε l’argento frantumandosi,
profumo svanì, cambiò e lo invase:
Volto velato, emergendo dal vetro,
e mascherata la testa superba.
ⲁⲩⲱ Φιορίνο chiuse gli occhi
– «ἅγιος, ἅγιος, ἅγιος, agnus
ⲛⲧⲉ ⲉⲓⲁⲗ, qui tollis peccata mea
ὦ miserere, ὦ miserere mei!»
Pur favellò: «Salve, ὦ tu Narciso
che senti il canto ⲉϥϩⲏⲗ ⲉⲃⲟⲗ ϩⲙ̅ ⲡⲕⲉⲛⲱⲙⲁ,
e vedi ⲉⲡϩⲱⲃⲥ ⲛ̅ⲧⲙⲛ̅ⲧϣⲱⲡⲉ!
cantore, tu che il mio εἶδος effondi,
– ah, nous le regardons, comme l’archétype
de la beauté, parmi toutes les formes du κενόν»
Occhi aperti: «ὦ fantasma di grazia!
Sapore dei fiori già sento in bocca,
ti celi dietro la volgar, delicata
maschera tua» aggiustò l’anello.
«πᾶν γὰρ κάτοπτρον ἠρεμεῖ, οὐ τίκτει
דמות כי אם תקבל את הדמות»
Eco spezzato; giardini brucianti:
ballando farfalle, ali di vetro,
coronate colombe violettes ⲁⲩⲱ mute
e fondenti fiori aurei gridanti.
«Ma s'insuperbì le cœur saignant et criant
dalla beauté che m'era concessa;
la mia sapienza dal fulgor corrotta.
Come שרף son perduto e cieco!
נביא המראה e compositore
della chanson soffiata da σοφία»
Fissò Φιορίνο, le labbra tremanti,
'l sapor del sapere com droga oppiata
«Soffoco….e mi fallisce la διάνοια!»
e un denso effluvio d’ambra si diffuse.
– «Ἴωμεν!», egli disse, «andiamo, cantore!
Già la cappella c’invoca e s’erge,
ove la tempête du vide ch’incarna
ognora ἰδέαν κάλλους ἐν κόσμῳ.
ψιθύρειτέ μοι, ὦ muse siciliennes!
Senti il brivido della γοργώ arcana
Assiso ove sorge la notte enivrant?»
Ἐν τῷ ὁρίζοντι – eco
di campane….
CANTO II
Ella si volse, la γοργώ sublime
– in κατάβασις la strada per Noto
incandescenti rubini e porpore
e abbracciava la cima del duomo.
«Sì, sono sempre le stesse campane»,
disse al suono ὃς ἐκ πύργου ἦλθε,
e aprì la lettera scritta col sangue,
era imbevuta di caffè la carta.
Così parlò: «25 dicembre
Vi saluto, principessa illustre,
sì come Persefone attraversava
πρὸς Ἅιδην ὁ Στύγα ποταμὸς ῥέων
mi sento già oggi ché un incontro
massimamente strano e astratto
mi presentò tramite il mio specchio.»
V’era una macchia sul testo seguente
ma di ciò che dice non le importava
siccome parlava di angeli e morte,
di qualche canto אשר שרו המוזות.
E ancor più sotto lesse di nuovo:
«dopo arrivammo a una cappella
coperta da rampicanti di vite
e le vetrate scintillando in rosso
dove il fantasma mi disse: «Ascolta!
quel posto sacrale [….]» non ascoltai più
ché il mio sguardo catturò l’anello
dorato e decorato di gemme
viole e rosse brillando dinanzi,
nella cappella ch’era in rovine,
su un pilastro ammantata da neve.
Cresceva 'l bisogno d’aver l’anello
nella mia anima che, lo ammetto,
sogna bellezza e solo bellezza
com un’ossessione di gran gravezza
sovrascrivendo ogni altro pensiero.
Quanto splendeva magnificamente,
sublime 'l gioco fra l’oro e 'l bianco,
εἴδωλον τέλειον παρακμῆς ἱεροῦ!
Come facea nobile ‘l sacro suol
che gli anni l’avessero roso e
viti co’ pampini varî ’l velaro?
«lo senti, cantore, quel suon nobile?
Sta adulando [….]» » – una macchia di nuovo.
E sulla strada oltre ‘l vecchio duomo
dove la γοργώ leggeva quei versi
scritti col sangue su carta e caffè
brillantemente la neve cadeva.
Così pensava allora la γοργώ:
«Ebbene, almeno cade la neve»
E dall’altra parte di questa strada:
Ecco! Il Cardinale in Neumarkt 23:
con rosse pareti, tende barocche,
lampadari d’oro ch’erano rotti,
‘l profumo del forno ch’era in cucina
ὅτ᾽ ᾖδε μαλθακὴν πτῆσιν σακχάρου,
il Chianti versato fra gli spaghetti.
Ed ecco il dipinto di bella Roma!
Entrò Crimson Carlo: «Dai, Ciano, vèni!»
E sotto l’albero un asso tirava
e, ahimè!, perdeva monete d’oro
contro il duca de G. che indossava
un abito nero con vesta brocart
e al dito un anello di gemme portò.
Presto arrivò poi allora Ciano
coi suoi capelli pettinati indietro
sopra gli strani vestiti, la giacca di
pelle e la sciarpa di seta viola
Annuì e disse: «Eccomi, capu,
Amunì! Eh, n’àutru giro facciamo?»
E la neve cadeva e nebbia s’alzò,
le stesse campane del duomo ancor
quando la γοργώ pensò al cantore
al suo viaggio nella notte santa
con il שרף nella chiesa ‘n rovine
e pure a Carlo giocando con Ciano
e alla neve cadendo al canto
dalle campane del duomo effuso
e a se stessa nella sua torre,
sotto la neve gli occhi chiudendo.
«Λεανορα!», un’eco, «Arriva Περσεύς!»
Velluto dorato, broccato pourpre,
riempì «La follia» les salles di Versailles
e la γοργώ vide una maschera blanc
mentre ballava sotto le luci che
stavano brillando dagli opulenti
specchi nella sala al cuor di Versailles.
Ebbene apparve l’anello dorato!
Portato era dalla maschera nera
mentre l’ardore s’intensificava
e si rivelò negli ornamenti
la maschera d’oro velando il re
specchiandosi, il volto di terrore
quando vide Περσεύς e il suo dito
nel velo di neve fuori cadendo.
E la γοργώ aprì ancora gli occhi,
tornata al duomo vedendo la nebbia,
senz’alcuna neve nel cielo notturn,
ella restando, ah, οὕτως ἁπλῶς μόνη.
CANTO III
Φιορινο ('l cantor, Νάρκισσου εἴδωλον)
– in κατάβασις la strada per Noto
quando sussurrò Περσεφόνη sotto
'l vento impetuoso, passion d’Arlechì,
ed egli, Φιορῖνο, respirò l’ἀτμίς
che ’l fantasma sui damaschi incombeva,
candele arse fra fiori aurei.
«ὦ Λεανορα!», mormorò il cantore,
«ὦ Σελήνη!», sospirò Ἐνδυμίων,
«ὦ Ιθάκη!», Ὀδυσσεύς infine,
«confesso quanto son grato per questa
vostr’armonia che mi concedete;
làgrimi della vampa ch’vive al cuor.
quanto anelo alla vostra voluttà,
del fulgore ebbro della mia γοργώ»
Fra le dita l’artefatto ancora
quella vecchia collana du roi Louis
(rubini e or, ventidue carati)
sotto la maschera bianca sul volto
il cui porcellano si sbriciolava.
E le Roi Soleil guardò la collana
nei campi perduta, sull’effluvio
ch'emise dall'assenzio e vino misto
e nell'atro nitidamente brillò.
«Salve, signore!», φωνή τις ἐφάνη.
«Salve!», Φιορῖνο ἀπεκρίνατο, e
abbracciava 'l vento la chioma lunga
e scura, élégant en noir de damas
e una scintilla fratto negli anelli,
aurei ed argenti, effige di γοργώ.
Egli: «Whither goest thou, furasteri?»
– ahimè!, quanto rise ancor Arlechì!
Φιορῖνο: «Ebbene, di Delia sono»
Περσεφόνη ἐδάκρυσ' ἐν τῇ φυγῇ!
Versailles. Il Re Sole lasciò la maison
Dopo il ballo, collana al collo
senza l'anello ch'egli aveva perso
e sentì 'l languore sotto l’arsura
che dalle Muse ardea ai calanchi,
in questa terra, la contrée du petit-fils.
«Ehilà, μή μου τοὺς κύκλους τάραττε!»
«Vabbè», pensò, «ditelo a Filippo!»
«Deliano siet?», domandò a Φιορινο,
«Mah, ci vediamo, addio, signore!»,
lontan dalla costa di San Leone,
nell’ombrìa dei templi – porta V –
e della concordia ad Ἀκράγας.
Φιορινο, appoggiato a una colonna.
Λεανορα, ὦ γοργοῖ, quand vi rivedrò?
Voi, giglio rorido ch’spazza la neve,
circondato dall’erbaccia che cresce
eternamente sul campo 'n rovine.
ὦ mia amante, in rovente erro, quel
ἀγρός che, ahimè!, già non riconosco
sì fervido, aulente, soffocante.
Senza voi, quanto mi sento versunken,
dal Nebel umschlungen, verwoben et lost
– gettato fui, caddi, nell’esistenza.
Περσεφόνη.
Fuori dal vuoto vi tirai, ὦ cantore
vi feci del sangue e carne ardenti;
ché siet caduto ⲛ̅ⲧⲁⲛⲟⲕ ⲙⲛ̅ ⲧⲥⲟⲫⲓⲁ
ⲁⲥⲟⲩⲱϣⲉ ⲉⲟⲩⲱⲛϩ ⲉⲃⲟⲗ ⲛⲟⲩⲉⲓⲛⲉ ⲛϩⲏⲧⲥ.
Creatura d’ⲉⲓⲁⲗ e πορσελάνη,
ombra oscura del vostro aspetto!
Uditemi, ὦ cantor, divina bocca!
Affondato siete dall’appetito
inestinto per beltà ⲙⲛ̅ ⲥⲟⲫⲓⲁ.
Φιορινο.
Ah! Ch’effluvio, ecco qua l’arancino!
Tragica è la vita del grazioso,
sempre sapendo ch’esistere deve
accanto alla sgradevolezza, e
un dì perdere la beltà per sempre.
ὦ κάλλος, ὦ חֵן, ὦ γλῶσσα κτίσεως!
Un Palermitano.
Ha! «Arancino» dite, amico mio?
Un furasteri quindi davver’ siete!
Louis XIV.
La lune qui brille au ciel verse ses larmes douces
la voyez-vous tomber si lentement vers nous?
Pour que nous partions tous vers
sa splendeur céleste.
Filippo V.
La luna vi par piangere, grand-père?
Louis XIV.
Ah! Oui,
me ne son sicuro che piange:
i pallidi occhi
della sua beauté;
décidément son le sue làgrimi
che nelle ceramiche si specchiano
effondendo in scrosci di melograno
sulle maioliche dell'artefice
Ieratico Gioacchino, il presule d’Enna,
ch’in Pollicarini i versi gridava:
«ὦ lune, il splendor che taglia l’ombria,
la carne dal giorno, un fiume d’ἰχώρ
in auree onde; frantuma i raggi
velati d’atro dei secoli argenti
Che dolce mistero stai nascondendo
– chiuso in te
il pianto tranquillo?
La realtà grida alla vista tua,
l'ente nobile adunque si dissolve,
'l coro del cielo, lo vedo, lo sento,
sull’aroma d’ambra e marmo di tomba
– perché a vista di gloria tua?»
Φιορινο.
L’estro arsiccio che m’aspetta a Noto;
ecco, ecco!, il più barocco fano!
Ἀρχή e santuario igneo, bruciante,
artefice dell’anelito d’oro
'dal broccato velato lievemente
e sprazzi
di sangue, canti perduti
nel nobile alito dimenticati.
ὦ ahimè! L’armonia ancor la sento
con ogni soffio ed ogni pensiero
che mi abbraccia di nuovo la
mente.
Λεανορα! Λεανορα! Γοργώ amata!
Ζήτω θάνατος!, pensiero nell'ombra
seduto, guardando tra le colonne,
telamone di 7,50 m,
dal 480 a.C.,
memorie vivide dietro 'l tempo,
in decadenza e troppo cresciute.
Mi ricordate?, chiedo al silenzio.
Mi ricordate, mia amata γοργώ,
prim' di lasciarmi nel tempio del vuoto?
Sento il respiro del vento di Noto,
ch’abbraccia la
chioma, cascata bruna,
ma langue nell'aria senza risposta.
– rimango solo con fiori e colonne,
mentre guardo nell'etern'orizzonte
spezzato
dalla luce siciliana,
si frantumata nei preziosi anelli,
com’ una pozza di vino versato.
E nelle orecchie mi accarezza
il dolce sussurro dell'eternità,
e vedo nell’oro della collana,
un volto di grazia, ebbè, αὐτός μου.
Καί la collana ancora du roi Louis,
ἐξαίφνης θαυμαστὸν τὴν φύσιν καλόν!
essa in terra brûlée sfavillò
e favellava la γοργώ in torre
mentre VEI 4 a Catania tremò
«Cantore!», crucciata, «ποῦ εἶ, ὦ ma fleur?
Mio amante, ierofante di κάλλος»
E si sfarinò la maschera bianca
– collana in mano, «ὦ Λεανορα!
quantu, ὦ, mi mancanu li nostri balli!»
ἐν•μεταξύ
I ΛΕΑΝΟΡΑ
Nascosta dietro le colonne velat,
dove
la fontana emerge d’un sogno
nébuleuse, ἀμαδύνονται melodie
ovattate nell'aria francese,
voltandosi Λεανορα; lentement
καί piena
di grazia, i piedi scalzi
attraversando 'l pario candido,
oh così antica, dirigendosi
verso le rovine innevate che
raggiungono
l'orlo del ciel guardando
sì graziosamente sull’orizzonte
– concedendole l'aria incantata:
storie di un passato ormai remoto –,
sospirando il vento che muove i lunghi
capelli, invita a lasciarsi trasportar
in vastità di fantasia oscura.
«Eccomi, affronta l’ignoto del duomo
che non v’è, eppure mi si rivela
mentre fluisce nel vuoto; un’eco
della beltà invisibile e dell’ἀτμίς
che crea l’essere.» ἐθεάσατο l’ⲉⲓⲁⲗ
di porcellana che teneva in mano,
gli anelli delicati brillavano.
«ὦ peso dell’esserci! Come m’attengo
in relazione con quest’esistenza
che mi fu concessa; grave il sapere
del medesimo essere!» Poi tacque
ella adunque και affrontò il buio.
«ὦ délicieuse passion, λόγοι nobili!»,
esclamò
la γοργώ, «com mi colpisce
la vostr’armonia, ὦ amor, com date
sangue al concetto, al νόημα puro.»
Imbevuta dell’effluvio del sole,
d’οἶνος πανθελξίνοος alla bocca.
Neuer Text
II ΦΙΟΡΙΝΟ
Vuoto il teatro di Delia fu quando
v’entrò Φιορινο di
notte atra, pesante;
accese fiamme il lampadario dunque:
per palesargli il volto suo riflesso,
che infra i cristalli rari e gli ornamenti
fuor di sincrono, ὢ τέρας, lieve spirava.
Egli parlò: «Qual destino gravoso
incombe unicamente sui belli!
Non è forse la lor stessa ombra,
nel cui riparo la gente
si cela
dal raggio
mortale del sol bruciante;
e, per gettarla, essi medesimi
non forse rischiano di accecarsi?
Sì com talento dell’eccezionale
serva piuttosto agli altri, ch’ad animar
colui cui fu donato? E il saggio,
non è forse colui che, sotto il peso
della sapienza, s’avvicina a frangersi?
Io, tapino, son pur condannato
da tali doni, ὦ fardello nefando!»
nusquam corpus erat; croceum florem.
– «Come splende l’aurora! Shall we, ma fleur?»
CANTO IV
Sotto il fioco lume industriale,
elettrico, stanco, schattige Seide,
ronzio di cavi e polvere antica,
fra l’effluvio di pavot sfiorato,
e al sussurro dell’onda in canale,
la νοῦς nel profondo abisso sommersa
nel delirio d’un sogno
perduto ormai
ὦ ἁμάρτημα! 'l duca contemplava
lo specchio pettinando i suoi capelli.
Pilastri ornati – ἐπίκρανα di stil
corinzio, ah,
qual fievole d'élégance
al vestibolo vecchio e fatiscente
in Castello 5329,
crollando lentamente; la lampada
tremblant non fu altro che lampadina
rotta, pareti scabre mostrarono
ancor vestigia di quello ch’un tempo
sembrava un motivo damascato,
intessuto dalla
maison Grimani
e le cornici delle porte, pur già
conservando lo stemma veneziano
in pietra, avevano perso ogni traccia
di biacca. Quell'appartamento era
l'incarnazione stessa di décadence
– ma pure non era del tutto
morto,
perché sebbene la camera fosse
diafana qual era
il padrone stesso,
Ah, così dannate e dimenticate,
un tocco di vita ancor scintillava
cornici barocche che adornavano
le pareti. Fra i doccioni, gli specchi,
i dipinti, quelle cornici erano
tutte vuote, eppur ἀνείδεα
– però non nel senso che siano piene,
ma prive d’ogni concetto d’essere;
senza sostanza alcuna, senza forma,
ciò ch’era dietro non apparteneva
al concetto del
mondo, τὸ ἐναργές
ma semplicemente
era solo il vuoto.
E nel vuoto svolazzavano le εἴδη.
*
La porta s’apriva. Ecco, una presenza:
γυνὴ κόμην τοσαύτην μακρὰν ἔχουσα
Intelligente sguardo, occhi di verde
subito intensamente fissando
lo specchio – cosa terrificante e
intimidatoria; quasi un concetto
ch’abbraccia e divora tutto quello che
wandelt nel mondo eines wahrhaften Seyns!
«Perché non ti liberi finalmente
di quella creatura infernale?
Non temi che possa distruggere pur
questo resto, piccolo e triste di
te?
Sei prova vivente che le εἴδη siano
più di teoria, che העולם s’estenda
ben oltre ciò che possiamo cogliere»
«Salve anche a te, אשרהנתנה»
Risposta d’una voce, dolcemente,
«Quanto allo specchio: Mi fa vedere
ciò che si cela dietro 'l φαινόμενον:
cosa in sé, verità cosiddetta.
Ebbene, se pure ne esistesse.»
«Nulla ti mostra, neppur 'l tuo volto»
Un grave silenzio adunque calò.
Tacque solo la forma, la sostanza
sempre presente e sempre vibrante.
«אשרהנתנה, cosa ci fai
qui?»
S’oscurò 'l volto, sussurrando a lui.
«Cerco verità. Sai
cosa intendo:
L’immortalità. Farsi εἶδος pura.»
*
«Quando s'è vissuto tanto – noi due –,
quando si scorgono εἴδη dietro 'l velo
dell'essere, immortalità non è più
mistero. Non vero, amica mia?»
Ella ascoltò le parole ammalianti
– aveva ragione. Viveva d’un tempo
che i mortali chiamerebbero eterno,
però sapeva che non era vero.
Doveva riuscir a svelare 'l segreto
di diventar εἶδος; entrar nel
vuoto.
Il duca prese il calice καί tacque
καί allora lo tese verso di lei
«Quello cos'è?», chiese אשרהנתנה
fissant le calice dans la sphère de l’esprit.
Egli sorrise, le dita sul bordo
aureo, quasi accarezzandolo:
«L'esser per la morte, ὦ amica mia,
librandosi fra l'essere e il vuoto.»
Silenzio dunque, ella alzò un sopracciglio.
«Mi crederesti che sangue di Cristo?»
«Οὐδαμῶς» ἐξέβαλε ὡς φλόγα.
E si
nascose dietro le cornici,
lo specchio osservandoli con passion.
Ella infine lo portò alle labbra
– il liquido dolce le scorse ’n gola,
risvegliando un ricordo brillante
dei palazzi sbriciolanti d’Enna,
delle onde che si infrangono lungo
la costa perduta nelle ombrìe.
Chiuse gli occhi – e poi, lentamente,
il vestibolo si rivelò di nuovo.
Profumo di
mora, con note d’ambra
e patchouli – di Dior, Ambre Nuit –
aleggiava in camera opulenta
già sfiorita, decorata da stucchi,
delicatamente illuminata
dal
tremolar di candele. L'effluvio
passava attraverso
gli eleganti
ritratti, antichi e consumati,
che adornavano ora le pareti;
dinanzi, fra le cornici vuote,
lo specchio brillava. ἀσημένιον σπίθα.
Spicchio di luce, riflesso dal vetro
antico e rifratto nei colori
brillanti
dagli anelli sulla scrivania,
l’aureo e l’argenteo effige della γοργώ
sulle pareti damascate danzò.
CANTO V
Oἰόζωνος Λεανορα vagava
orma furtiva fra 'l pario corrusco
sommersa nel νοῦς, le ignude piante,
sigarette in mano, fumo
nel volto
e attraversando la Rue de Varenne.
Φῶς Σεληναῖον la già inondava,
sapor di vino e αἷμα sulle labbra,
intessuta, délicat, 'n tulle bianco
velata d’una cascata di chioma,
respiro dell’acqua
chiara della Seine.
«Sì, vraiment je me souviens de nos danses,
1715, ahimè!,
amante, ma fleur, come dimenticar?»
un vecchio cantor, un eco, lo specchio
«O mio bel Φιορίνο?», lo vise brillar,
– in vetrina, 9000 EUR,
lo specchio di Graci: εἴδωλον sol puro.
L’ombrìa scura del Duca incombé
sul marmo blanc, כה אמרה המוזה:
«ὦ γοργοῖ, ci senti?», ma la risposta:
«Silenzio, basta, lasciate mi via!»
«Che stile molto chic», un’altra voce,
«Musa di Galiano
o Michele forse?
Facciamo la foto
per l’editrice,
rendiamolo un perfetto prêt-à-porter.»
Luce fatuo, «grazie, un bacio, addio!»
Καί Λεανορα ἐδάκρυσεν e trovò
le lunettes de soleil al Café de Flore
et le velours et l'albâtre voilé de ses cheveux
e l’uliveto remoto già morì:
la frutta sbiadì in un giallo marrone,
rami spezzanti, secchi e screpolati,
e gocciava l’oliva dal Martini.
«Povero Friedrich sepolto in porfido!
E mio fiore col colletto del
Kaiser
– affilato avorio orné de soie noire –,
dimenticato dall’𐤀𐤃𐤍, e affondato
dans la terre natale, senza del suo giglio!»
E nella valle le voci cantanti
e nella valle era la processione
e fiammeggianti i vecchi campi laggiù
e fiammeggiante le deuxième
Café Brûlot
e sospirava sotto gli occhiali
e beveva e tossiva col cuor pesante.
Frémissait et ondulait fra le nuages.
«Povera Salomé dannata dal Blanc!
Luisa Carlotta e Augusto di Gotha,
– τεθαμμένοι ἐν τῇ τῶν ἀνάκτων τάφων νήσῳ.»
«Signorina, un altro Martini per Lei?»
E il terreno all’Etna ancòra rovente.
«gloria a te! Fiorente nel mio fiume,
ὦ ultima lacrima come la pioggia
– sopra l’Etna se fond en un fleuve fertile.
ὦ che respira il suo canto in San Nicolò
ah, s’addormenta e in sé si risveglia.
Noi, ma fleur, sempre siamo annegando
nell’arsura delle tre di mattina.
Où es-tu? Non sta bruciando la terra
καὶ non sto bevendo il fiato amaro
che m’avviticchia e poi svanisce.»
E quando si volse ancora la γοργώ
il Duca apparse dinanzi, ed ella:
«Ah, merveilleux! (no)», faea una faccia,
«Monsieur, è caduto 'l lampadario;
or oxydé, il rubino è rotto,
l’incanto del λόγος
marcito in BCE.»
L’anello brillava al dito del Duca.
«Pur caddi anch’io, ὦ Madama γοργώ»
«Ma voi chi siete, chi è il Monsieur de G.?»
Sigaretta vampante, chioma in vento.
«Ch’è 'l vostro cantor se non solo forma,
un εἴδωλον della chanson perduta,
l’ἀτμίς di Περσεφόνη – ah, gemella!
ὦ ἡ ἐμὴ ἔαρ, come mi è lontana –?»
Tacque Λεανορα, il marmo
brillando
con pelle diafana, ma non fredde,
e pensò «vraiment, chi siete, Φιορίνο,
ὦ amato, cantore, esteta – γεῦσις
χειλέων ὑμετέρων! Ora un credito.
J'entends le lament de la beauté déchue!
la κάλλιστη ὑπέρτατος ἁρμονία
che solo voi riuscite
a udire
– fiore siciliano morendo. Faillite.
Mi struggo,
ma fleur, mi consumo e ardo,
mi dissolvo nell’ansia de nos danses,
e tremo al pensiero di vostra assenza,
gettato voi siet, diventai io κενόν.»
«ὦ γοργοῖ», délicat murmure dans le vent,
«ὦ mio angelo, ὦ mia musa, amante!»
E nell’oscuro della Rue de Varenne
sì vero danzando piedi d’avorio
θωπευθέντες di tulle blanc nel fumo.
L’ardore of μέλος, la voce di γοργώ:
«L’atro lo vedo, il κλέος dell’αἰών,
κάλλος invisibil, ambrosio, fluo,
ⲉϥⲣⲟⲩⲟⲉⲓⲛ ϩⲛ̅ ⲡⲙⲁ ⲛ̅ϫⲟⲉⲓⲧ ⲉⲧⲟⲩⲏⲩ,
andando dal ⲡⲧⲟⲟⲩ ⲕⲁⲓ dai fiori lassù,
fluttuando sulla bell'armonia,
sulla canzone ch'emerge dal λόγος,
l'alto canto sussurrando le Muse
che portò la bellezza
all’esserci.
Però θάνατος aspetta nell’ombra:
Danza, turbina, canta volgarmente!»
'n un brivido si rivelò Arlechì
e l’effluvio lento nell’ἀτμίς sfumò.
CANTO VI
CIANO.
Ebbè, u vulcanu ancór si scuta e fuma
e la pietra loda lu celu e l’infern
e roccia scorri comu ἰχώρ e
ossa
e
canta e balla e si sfracassa contru
vetri pittati dâ crèsia di Carmelo.
Ὡσαννά, Ὡσαννά! Com diri lu prete,
ἅγιος, ἅγιος, ἅγιος– fancù!
Impetuosu u rimbumbu dâ muntagna
e ccà sugnu, u suli risplinni supra
a me collana ca staju tinennu.
Unni si, Pirsifuni,
unni è la γοργώ,
Udite, udite! Sapor d’asfodelu
e d’alivi
e pirsichi l'aroma
e a prufumanza ca ven dâ pietra
e u tissutu dâ tenda ntâ cresìa
e a canzun dî li ari
ntô arvulu
e l’odore dû vinu, sangu e focu
e lu mari, e l'acqua, e ccà li pisci.
Φιορινο, solo voce invisibile.
ⲱⲥⲁⲛⲛⲁ ϧⲉⲛ ⲛⲏⲉⲧϭⲟⲥⲓ! Benedictus
qui venit in nomine τοῦ κάλλους!
Φιορινο, s’appoggia
al vaso di marmo;
davanti alla chiesa del
Carmelo;
vestito
in suo completo bianco.
Sì, l’ara ignea divampa ancóra,
la voluttà della mia signora;
della
mia amante, mio giglio, mia γοργώ.
Voici il suo canto ca mi cunzuma:
il canto dî ciuri e seti e lini,
Sì, l’ara ignea divampa ancóra,
il canto dî la me tomba dorata,
il canto ca sussurri 'ntra li cactus,
il canto, ardor ca mi brucia li vini!
Les vagues du temps passanu
e nun ti truvu,
ὦ γοργοι, ὦ Λεανορα, ὦ giglio del vuoto,
ὦ me angelo,
me Μοῦσα, me spiranza,
fragranza ca invoca u suduri dî dii;
chi prufumu aureo, effluviu d’atru!
Unni si, unni si? Ὦ γοργοί, ὦ vita!
Ciano.
Brucia la rupe comu u tò cori, frati,
Comu riflettunu i gemmi dâ collana
li raggi dû sol e fannu abbrusciar
i campi, a terra, pur l’uliveta.
FIORINO.
Sentu l’anticu criu dî Περσεφόνη:
la primavera, marcita nel buio
piedi attraversaru a pietri liquidi
d’Άἶδαο, ardente, murennu li ciuri.
CIANO.
Chianci comu la luna dû Rè Suli.
FIORINO, prende un calice dorato.
Odore del fiume aureo di Βάκχος,
Bordeaux, rouge, sec e
dal ’45.
Già in calice, fornace
di fièvre
genera ἵμερος – dentro lo vedo,
quel figlio del sole, nell’εἴσοπτρον.
Il bianco ἄφθαρτον: la beauté, c'est moi.
L’ombra! Ch’alla roccia abject proietta
fango, e cade la vampa, la neve
di fuoco sulla strada dalla rupe.
Καί nessun’onda così arsi d’ardore,
e nessun campo così brucia il cuor,
withered, wrinkled, and loathsome of visage:
la vita e il mondo senza il κάλλος che do?
(aggiusta il colletto e guarda il vulcano)
Tacete, ὦ 𐤌𐤓𐤃𐤊, tacete ὦ Άδη!
Tacete, ὦ σοφία: είδος, ⲉⲓⲁⲗ, verbo!
Dieu a donc oublié tout ce que j'ai fait pour lui?
CIANO.
Ebbè, nun poi fari cuntenti a tutti.
CANTO VII
Καί Περσεφόνη ἐδάκρυσεν e trovò.
le lunettes de soleil sull’aereoporto
et le velours et l'albâtre voilé de ses cheveux
e l’uliveto remoto già morì:
la frutta sbiadì in un giallo marrone,
rami spezzanti, secchi e screpolati,
e gocciava l’oliva dal Martini.
«Povero Friedrich sepolto in porfido!
E mio ⲛϩⲟⲛⲧ col colletto del
Kaiser
– affilato avorio orné de soie noire –,
dimenticato dall’𐤀𐤃𐤍, e affondato
dans la terre natale, senza del suo giglio!»
E nella valle le voci cantanti
e nella valle era la processione
e fiammeggianti i vecchi campi laggiù
e fiammeggiante le deuxième
Café Brûlot
e sospirava sotto gli occhiali
e beveva e tossiva col cuor pesante.
E l’aereo che partì da Palermo
frémissait et ondulait fra le nuages.
«Povera Salomé dannata dal Blanc!
Luisa Carlotta e Augusto di Gotha,
– τεθαμμένοι ἐν τῇ τῶν ἀνάκτων τάφων νήσῳ.»
«Signorina, un altro Martini per Lei?»
E il terreno all’Etna ancòra rovente.
ΤΕΛΟΣ.
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Floriano Patermo © 2026 - Agrigento • Lipsia.
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